Con la speranza che su questo blog, possa ritrovarsi una generazione che sappia immaginare il futuro. Protagonisti fino in fondo. Luciano Cavaliere

mercoledì 11 febbraio 2009

Non il diritto alla morte, ma la morte del diritto

Ogni giorno acqua, luce, carezze e affetto. Per 14 degli ultimi 17 anni l'esistenza di Eluana Englaro, anche grazie alla generosa dedizione delle Suore Misericordine di Lecco, è andata avanti fondandosi su questi tre sostegni, ognuno a suo modo vitale: il nutrimento fisico, l'affetto delle persone, il calore della realtà. Per 14 anni Eluana ha vissuto così: mangiando e bevendo (con l'aiuto del sondino, anche se mai ha perso la capacità di deglutire); ricevendo le attenzioni che una donna nel fiore degli anni meritava di ricevere; uscendo, spinta in carrozzella, per la passeggiata in giardino. Le suore, che hanno accudito con amore, quello vero (gratuito e disinteressato che e' dono di se' per l'altro), per tanti anni Eluana avrebbero continuato a farlo volentieri anche accollandosi oneri economici.
Per tutto questo tempo Eluana, in stato vegetativo persistente, è stata accolta, amata, accudita come la più degna delle persone, perché è proprio laddove la vita fisica appare più bisognosa, più debole e menomata che emerge potente il suo valore incalcolabile. Per 14 anni è stata celebrata ogni giorno, per Eluana, la festa della vita, perché chi apre gli occhi, respira, beve, mangia, dorme, tossisce, chi ha un’attività celebrale con onde alfa e teta e non un encefalogramma piatto (ricordando che un soggetto è considerato dalla legge morto solo quando cessano le attività celebrali), è vivo e come tale va trattato.
Anche quando qualcuno ha iniziato a sostenere che la vita di Eluana fosse finita la sera del 18 gennaio 1992; anche quando qualcuno ha pensato che quella non fosse più un'esistenza degna per una persona; anche quando qualche avvocato senza scrupoli ha cercato in tutti i modi di ottenere una sentenza di condanna a morte; anche quando la ragazza Eluana è divenuta il “caso Eluana”, tanto nelle aule di tribunale quanto nei salotti della tv e nelle pagine dei giornali; anche quando gli avvoltoi dei “nuovi diritti” si sono scagliati su Eluana per forzare la porta dell’eutanasia; su Eluana sono state dette e scritte e ripetute cose non vere sul suo stato effettivo.
Poi sono arrivate le sentenze, anzi la sentenza, l'unica che in dieci anni abbia detto sì alla “richiesta” del papà, Beppino. Questo è stato l’'inizio della fine. E poi la ricerca della “struttura”, non più una casa dolce, sicura e accogliente, ma un freddo spazio di “attuazione del protocollo”. Da Lecco a Udine, dalle Misericordine alla Quiete. Dalla casa della vita alla casa della morte. E poi l'anestesista, il prof. Amato, che fa il viaggio in ambulanza, rimane sconvolto perché capisce che Eluana soffrirà, eppure davanti alle telecamere afferma che è' morta 17 anni fa. E poi il presidente della Repubblica che non firma un decreto a dir poco coraggioso e sacrosanto del governo per salvare la vita di Eluana. Ed in fine il disperato tentativo del presidente del Consiglio e del ministro Sacconi, una corsa contro il tempo per approvare il ddl.
E poi la terribile notizia. Una riga d'agenzia: il cuore di Eluana si è fermato alle 19.35 per insufficienza renale. Al capezzale non c'era né papà Beppino né la mamma Saturna. Non c'erano le suore Misericordine. Non c'era l'affetto, ma solo l'effetto crudele del “protocollo” di morte. La sentenza di condanna a morte è stata eseguita. Togliere la vita per mancanza di acqua e cibo non è una morte naturale, ma è un omicidio. Una esasperazione della libertà che finisce per negare se stessa. Non è, come molti affermano, il diritto alla morte, ma è la morte del diritto
Andrea Dardi
Presidente del Circolo di Azione Giovani Lodi Protagonista

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In ricordo di chi ha deciso di non aver paura, ciao Paolo

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Sergio Ramelli

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